La Sinfonia del Cuprese

Nove annate del nostro Cuprese, il Verdicchio dei Castelli di Jesi DOC Classico Superiore, raccontate da Riccardo Vendrame tra gli accordi di una sinfonia lunga ventisei anni che scopre le note di uno dei vini simbolo della Cantina Colonnara.

CUPRESE DE LA COLONNARA
Una degustazione a ritroso che lambisce tre decenni di Verdichio dei Castelli diJesi nelle note di idrocarburi tartufo e caffè. Quando ti trovi dirimpetto la verticale di un vino elaborato da una cantina composta da 110 soci conferitori, e con una produzione superiore al milione di bottiglie, verrebbe spontaneo, soprattutto per un degustatore che come me predilige i vini così detti naturali, infilare il naso nel calice in modo titubante, quasi scettico. Comincio a roteare il vino nel bicchiere, chiudo gli occhi, e con fare dimesso comincio ad assaggiare il Cuprese de la Colonnara, Verdicchio dei Castelli di Jesi presente in nove annate che con passo di gambero giungono fino a metà degli anni '80.

CUPRESE 2011
Bussa al naso col suo vestito ancora verde e stropicciato lasciando appena intravedere il suo fisico slanciato e nervoso. Sembra un vino promettente, incerto nei suoi effiuvi che richiamano ora la spumiglia ora la foglia di pomodoro strizzando l'occhio al Sauvignon. Un vino adolescente, con qualche foruncolo sul viso e musica commerciale nell'iPod. Magro, giovane ma con un certo carattere.

CUPRESE 2008
Gioca a nascondino; corre e ti chiama; sembra lasciarsi afferrare e poi scappa nuovamente. Se fosse una donna l'avrei già maledetta rischiando di spendere uno sproposito in sms e telefonate nel convincerla a uscire assieme. Fortunatamente è "solo" un vino che alterna note evolutive di pepe, biancospino, iodo e spezie a sentori più monocordi che non danno spessore a un corpo fragile.

CUPRESE 2001
Sembra una canzone di Leonard Cohen, forse proprio "Famous blue raincot" così profonda e malinconica. Un vino che ricorda il sentore di tabacco dei vecchi club, le rughe disegnate sul volto e note ossidative di vecchiaia, l'aria salmastra, il gusto pieno, vivo, sapido e tenace. Decadente ma non noioso.

CUPRESE 1999
Ti affascina per la sua materia elegante, l'aria vanitosa, lo sguardo rivolto verso l'alto e la superbia; nemmeno fosse Liarn Callagher davanti al microfono. Ciò che emerge è invece un vino composto e discreto nelle sue note torbate con richiami ai whisky di Islay, mela cotogna, grafite e compostezza, perdendo con il passare del tempo quell'aria da sbruffone britpop. Ci addentrianmo nei vini monumentali, liquidi odorosi che strappano un applauso, emozionano e pongono domande.

CUPRESE 1997
Ancora fresco e tirato senza ricorrere alla chirurgia plastica, almeno in tempi recenti. Ricorda la pietra focaia, le note di cedro e mentolo, si inigidisce sulla schiena come soldato sull'attenti. Acido e vibrante con chiusura degna degli assoli di Jimi Hendrix.

CUPRESE 1992
Vino aristocratico, elegante ed equilibrato. Ti parla colpendo in profondità con la sua pienezza gustativa ed olfattiva. Note di pasticceria con la crema catalana prepotente e invitante, mentre evolve su note di miele sprigionando un camevale di profumi come fossero coriandoli. Resta imprigionato sulla lingua con preponderante mineralità. Immortale come "Heros" di David Bowie, il duca bianco.

CUPRESE 1991
Ricorda nettamente le girelle di liquirizia restando imprigionato in una profondità meno pop del precedente. Fosse una canzone porrebbe ricordare "Show must go on" dei Queen, con quel suono più lineare e meno scoppiettante. Cogli lo spessore, l'intimità e l'integrità di un vino con più di vent'anni sulle spalle senza però trovare un bagliore più acceso. Intimo.

CUPRESE 1988
Ancora fresco con profumi che camminano attorno all'acqua di rose e delicati fiori bianchi senza voler entrare in modo prepotente. Un vino fine, leggiadro, mai sgarbato o grossolano; solo una leggera matrice poco netta ne sporca l'olfatto mentre il suo suono sulla lingua ha ancora note di bella struttura. "Wild World" di Cat Stevens lo descrive perfettamente.

CUPRESE 1985
Vino maestoso. Commovente. Tra i più bei ricordi di degustatore che possa annoverare. Dotato di acidità verticale che mira ancora al cielo. Sembra infinito e irraggiungibile per la sua aitante bellezza. Ti colpisce con l'idrocarburo, le note di tartufo, caffè e l'incidere deciso e alcolico.Quando ascoltai per la prima volta "Another Brick" in "the Wall" dei Pink Floyd mi emozionai allo stesso modo... pensare che durante la vendemmia il muro divideva ancora Berlino.

Dopo questi assaggi ho appoggiato il calice sul tavolo. Ho guardato l'etichetta dei vini. Ho contemplato sulla forza del verdicchio e la capacità di una cantina sociale con una produzione di un milione di bottiglie. Niente diatribe sulla naturalità, sui quantitativi di solforosa, sull'utilizzo di lieviti selezionati o filtrazioni. Eppure mi sono emozionato ascoltando il vino senza preconcetti, ma non voglio aprire questioni fin troppo dibattute.

[R. Vendrame, Pietre Colorate - terra radici mani, Marzo-Giugno 2013]